Cappella gentilizia di Villa Melzi

La tomba di famiglia non è di tutti: la Cassazione conferma il primato della volontà del fondatore

La Corte di Cassazione (Sez. II civile, ordinanza 16 giugno 2026, n. 20252) ha ribadito un principio fondamentale in materia di sepolcri gentilizi: il diritto di sepoltura nasce dal legame di sangue (iure sanguinis) e non spetta ai parenti acquisiti, come nel caso dei coniugi dei discendenti del fondatore.
Nel caso esaminato, è stata respinta la domanda di risarcimento avanzata da un soggetto cui era stata negata la tumulazione della madre (parente solo per affinità) nella cappella familiare, confermando la legittimità del rifiuto. La Suprema Corte, nella sua recente ha precisato che lo ius sepulchri nel sepolcro gentilizio (la tomba di famiglia in cui il diritto di sepoltura spetta, di regola, ai membri della famiglia legati da vincolo di sangue, secondo la volontà del fondatore) è un diritto personale, reale, imprescrittibile e non trasmissibile che nasce dalla volontà del fondatore o, in mancanza, dal vincolo di sangue e si estingue con la morte dei titolari, salvo trasformarsi in sepolcro ereditario.
In assenza di diverse disposizioni del fondatore, il diritto spetta quindi al fondatore e ai suoi discendenti legati da vincoli familiari, ma resta escluso chi non appartiene alla linea di sangue, anche se legato da matrimonio.

Premessa. Una vicenda familiare lunga oltre un secolo

La pronuncia della Corte di Cassazione affonda le radici in una vicenda che attraversa più generazioni e riflette dinamiche tutt’altro che isolate nella prassi cimiteriale italiana.
Tutto ha origine da un atto di divisione stipulato nel 1914, con il quale i membri di una medesima famiglia regolavano la titolarità e l’uso di una cappella gentilizia. In tale atto veniva prevista una disciplina del diritto di sepoltura fortemente ancorata al cognome familiare e, quindi, orientata – secondo una logica tipica dell’epoca – a privilegiare la linea maschile.
Con il passare dei decenni, tuttavia, la prassi familiare si era progressivamente discostata da quella rigida impostazione: la cappella era stata utilizzata anche per la sepoltura di discendenti non rientranti formalmente nei criteri originari e, nei primi anni Duemila, gli eredi avevano tentato di formalizzare questa evoluzione attraverso l’adozione di un regolamento interno più inclusivo.
Il conflitto è esploso quando alcuni componenti della famiglia hanno rivendicato la necessità di attenersi alla disciplina del 1914, contestando la validità delle successive deliberazioni e chiedendo che fosse riconosciuta l’esclusiva titolarità del diritto di sepoltura in capo all’unico avente diritto secondo la volontà originaria.

La questione: tra volontà del fondatore e mutamenti sociali

La controversia ha posto un interrogativo di particolare interesse, anche per gli operatori del settore funerario:

se, nella gestione delle cappelle gentilizie, debba prevalere la volontà del fondatore oppure l’evoluzione della prassi familiare e dei principi contemporanei, come quello di uguaglianza tra i discendenti.

La tesi dei ricorrenti in Cassazione si fondava proprio su questo secondo versante: si sosteneva che il diritto di sepoltura dovesse essere riconosciuto a tutti i discendenti in linea retta, senza distinzioni legate al sesso o al cognome, anche in virtù dei principi costituzionali e delle trasformazioni del diritto di famiglia.
Di contro, i giudici di merito – sia il Tribunale di Siena sia la Corte d’appello di Firenze – avevano ritenuto determinante la volontà espressa dai fondatori nel 1914, qualificando la cappella come sepolcro gentilizio e affermando che il diritto di sepoltura si fosse concentrato, secondo le regole proprie di tale figura, nell’unico superstite appartenente alla cerchia familiare originaria.

La decisione della Cassazione

Con l’ordinanza in esame, la Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, confermando le decisioni dei giudici di merito e riaffermando alcuni principi cardine in tema di ius sepulchri.

La centralità della volontà del fondatore

Il punto fermo della decisione è che, in materia di sepolcri privati, la volontà del fondatore costituisce il criterio primario e determinante per individuare i soggetti titolari del diritto di sepoltura. Essa può essere manifestata in modo espresso – come nel caso esaminato – oppure desunta in via interpretativa, ma deve essere considerata prevalente rispetto a ogni elemento successivo, ivi comprese le consuetudini familiari o l’evoluzione sociale.

La qualificazione del sepolcro come gentilizio

La Corte ribadisce la distinzione, tradizionale ma fondamentale, tra sepolcro gentilizio (o familiare) e sepolcro ereditario.

Nel sepolcro gentilizio il diritto nasce iure proprio in capo ai soggetti individuati dal fondatore, per il solo fatto del rapporto familiare; non è trasmissibile né per atto tra vivi né per successione mortis causa; si consolida progressivamente fino a concentrarsi nell’ultimo superstite della cerchia originaria.
Nel sepolcro ereditario, invece, il diritto ha natura patrimoniale e si trasferisce secondo le regole ordinarie della successione.
Nel caso concreto, la qualificazione in termini di sepolcro gentilizio è stata ritenuta corretta e decisiva.

L’irrilevanza della prassi familiare

Un passaggio di particolare interesse operativo riguarda la valutazione delle condotte successive degli eredi.
La Corte afferma in modo netto che la circostanza per cui, nel tempo, la cappella sia stata utilizzata anche per soggetti diversi da quelli originariamente contemplati non incide sulla natura del diritto.
Tali comportamenti, infatti, vengono qualificati come mere forme di tolleranza o ospitalità, inidonee a modificare la disciplina giuridica del sepolcro.

L’esclusione di profili di illegittimità costituzionale

La Cassazione affronta anche le censure relative al carattere discriminatorio della clausola del 1914, escludendone la nullità.
Secondo la Corte, non si è in presenza dell’applicazione di una norma generale contrastante con i principi costituzionali, bensì di una scelta privata del fondatore, il quale è libero di delimitare la cerchia dei beneficiari del sepolcro, anche in modo restrittivo.


Le ricadute per gli operatori funerari

Al di là dell’interesse giuridico, la pronuncia presenta implicazioni concrete per l’attività delle imprese di onoranze funebri.

La verifica della legittimazione alla sepoltura

La decisione richiama l’attenzione sulla necessità di verificare con rigore il titolo che legittima la tumulazione nelle cappelle private.
Non è sufficiente affidarsi alla consuetudine familiare, alle dichiarazioni informali dei congiunti o alla prassi consolidata nel tempo.
È invece opportuno accertare l’atto di fondazione del sepolcro, eventuali regolamenti o atti integrativi, nonché la effettiva appartenenza del defunto alla cerchia degli aventi diritto.
Un’errata valutazione può dar luogo, anche a distanza di anni, a contestazioni tra eredi, con possibili richieste di estumulazione e conseguenze che, seppur indirette, possono coinvolgere l’impresa esecutrice, e la pronuncia evidenzia come tali conflitti non siano episodici, ma strutturali nelle realtà familiari complesse.
Per gli operatori del settore emerge, dunque, l’esigenza di affiancare alla tradizionale sensibilità relazionale un approccio più strutturato, fondato sulla verifica documentale e sulla tracciabilità delle decisioni.
In presenza di situazioni dubbie, la prudenza operativa – eventualmente accompagnata dal coinvolgimento dell’ente gestore del cimitero o di un consulente legale – rappresenta la scelta più opportuna.

L’ordinanza della Cassazione si colloca nel solco di un orientamento consolidato, ma ne rafforza i tratti essenziali con particolare chiarezza:

  • il diritto di sepoltura nelle cappelle gentilizie resta profondamente ancorato alla volontà del fondatore;
  • la prassi successiva non è idonea a modificarne la disciplina;
  • i principi generali di uguaglianza non operano automaticamente nei rapporti di natura privatistica come quello in esame.

Si tratta di un richiamo importante alla natura “giuridicamente vincolata” di spazi che, nella percezione comune, sono spesso considerati di disponibilità libera della famiglia.
Per le imprese funerarie, ciò si traduce in una responsabilità crescente: non solo accompagnare il rito e gestire l’organizzazione del servizio, ma anche operare con consapevolezza delle regole che governano il diritto di sepoltura, prevenendo conflitti o responsabilità che possono emergere ben oltre il momento della cerimonia.

 

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L'immagine di copertina mostra la Cappella gentilizia di Villa Melzi, non correlata al caso trattato in questa pagina e usata solo come illustrazione.  © Ysogo, via Wikimedia Commons, CC BY‑SA 4.0


E splenda ad essi una Luce perpetua — firmata Ferrari

La nuova Ferrari Luce ha suscitato ben più di un commento negativo o ironico, per quella sua aria — più che da fiero puledro pronto a conquistare gli spazi urbani e le piste — da auto familiare, con un design non esattamente sportivo. (Perché, diciamocela tutta: sembra più una familiare tedesca o coreana degli anni ’90 che un’auto sportiva!).
Pur con i nostri dubbi di stile, mai avremmo immaginato di vedere sviluppata (per celia, immaginiamo) la proposta di un’autofunebre sulla base di questa elettrica da oltre mezzo milione di euro, anche se, diciamoci la verità, sarebbe un modo brillante per accompagnare il defunto nel suo ultimo viaggio.
Eppure l’immagine è lì: intercettata quasi per caso su Twitter, condivisa con la leggerezza con cui si scorrono contenuti apparentemente effimeri. Non potevamo fare a meno di proporla ai nostri lettori, perché ci sembra, tutto sommato, una gran bella idea — capace di far sorridere, certo, ma anche di suggerire qualcosa di meno superficiale. Peccato, davvero un peccato, che il costo del veicolo base renda l’operazione poco accessibile ai nostri operatori: perché, in fondo, sarebbe un modo brillante per dare uno sprint decisivo all’ultimo viaggio.
È proprio da questo sorriso iniziale che vale la pena partire.
C’è qualcosa di straniante — e, al tempo stesso, profondamente contemporaneo — nell’immaginare una carrozzeria lucida, dalla linea filante e sofisticata, che non sfreccia verso un circuito o lungo una strada costiera, ma accompagna lentamente un ultimo viaggio. L’immagine colpisce per il cortocircuito che genera: una Ferrari, o meglio una Ferrari Luce, trasformata in autofunebre. Non soltanto una provocazione visiva, ma una suggestione capace di aprire — quasi suo malgrado — una riflessione più ampia.
La scena è quella tipica del nostro tempo: un’idea che nasce e si diffonde nello spazio digitale, apparentemente senza peso, ma in grado di insinuarsi in un immaginario professionale ben più strutturato. E la Luce — modello già discusso per la sua natura meno aggressiva, più domestica rispetto alla tradizione del marchio — diventa, quasi inevitabilmente, un terreno di sperimentazione simbolica.
Per capire perché questa immagine conta oggi, bisogna collocarla all’interno dell’evoluzione del settore funerario, che negli ultimi anni ha iniziato a interrogarsi non soltanto su servizi e ritualità, ma anche sugli oggetti che accompagnano il commiato. L’autofunebre, in questo senso, non è mai stata un semplice mezzo: è una presenza scenica, un dispositivo culturale, un elemento capace di influenzare la percezione dell’intero rito.
In diversi contesti internazionali si osserva una progressiva apertura verso forme di personalizzazione sempre più marcate, dove ogni elemento — dal feretro al corteo — contribuisce a raccontare una storia individuale. Questo processo, che riflette una trasformazione più ampia del rapporto con la memoria e con l’identità, investe inevitabilmente anche il design dei veicoli.
In parallelo, un altro cambiamento si sta facendo strada con crescente decisione: la transizione energetica. Anche il comparto funerario, tradizionalmente più lento nell’adozione di nuove tecnologie, sta iniziando a confrontarsi con l’elettrificazione delle flotte, spinto tanto da esigenze normative quanto da una sensibilità ambientale sempre più diffusa. In questo scenario, una vettura come la Ferrari Luce — elettrica, silenziosa, visivamente meno aggressiva — appare quasi, paradossalmente, più adatta di altri modelli a una reinterpretazione funeraria.
È proprio questo intreccio tra estetica e tecnologia a rendere interessante una proposta altrimenti destinata a rimanere confinata nel territorio dell’ironia. L’idea di una Luce trasformata in autofunebre mette infatti in evidenza alcune tensioni già presenti nel settore, anche se raramente espresse in modo così esplicito:
  • la spinta verso soluzioni a basse emissioni, che modifica non solo i motori ma anche la percezione del veicolo;
  • il crescente peso del design come linguaggio identitario;
  • la necessità, per gli operatori, di distinguersi in un mercato sempre più competitivo;
  • il delicato equilibrio tra innovazione e rispetto della tradizione.
Nel contesto italiano, queste dinamiche assumono una valenza particolare. Da un lato, esiste una forte continuità estetica che ha reso l’autofunebre un oggetto riconoscibile, quasi codificato; dall’altro, emergono lentamente segnali di cambiamento, spesso legati a realtà urbane o a operatori più sensibili alle tematiche contemporanee.
Ciò che colpisce, osservando la proposta della Luce perpetua, non è tanto la sua effettiva realizzabilità, quanto la sua funzione di specchio. Riflette un settore in trasformazione, dove persino l’idea di lusso può assumere significati nuovi. Un’auto da oltre mezzo milione di euro resta, evidentemente, fuori scala per la maggior parte delle imprese funerarie italiane, ma proprio questa sproporzione contribuisce a rendere visibile una domanda latente: quanto può evolversi, senza snaturarsi, l’immagine del servizio funerario?
Esperienze precedenti dimostrano che anche le innovazioni più distanti dalla realtà operativa possono avere un ruolo anticipatore. Materiali alternativi, nuove configurazioni di interni, forme di digitalizzazione dei servizi: tutte soluzioni che, inizialmente percepite come eccentriche, hanno poi trovato applicazioni più accessibili e diffuse. In questo senso, la Ferrari Luce reinterpretata non è tanto un modello da replicare, quanto un segnale da leggere.
Resta, naturalmente, il tema della misura. Il confine tra innovazione e spettacolarizzazione è particolarmente sottile nel contesto funerario, dove ogni scelta deve confrontarsi con una sensibilità culturale profonda e stratificata. In Italia, più che altrove, il valore della discrezione continua a rappresentare un punto di riferimento imprescindibile, e qualsiasi deviazione da questo equilibrio rischia di essere percepita come eccessiva.
Eppure, proprio per questa ragione, le immagini che circolano con leggerezza nello spazio digitale meritano attenzione. Non perché anticipino direttamente il futuro, ma perché contribuiscono a ridefinire ciò che è pensabile. Aprono una soglia, suggeriscono una direzione, anche quando non indicano una strada percorribile nell’immediato.
Forse nessuna carrozzeria investirà davvero in una Ferrari da trasformare in autofunebre. E probabilmente non è questo il punto. Il valore di quella suggestione sta nella domanda che lascia sospesa: come cambierà, nei prossimi anni, il modo in cui rappresentiamo l’ultimo viaggio?
Tra una tradizione che continua a garantire stabilità e un’innovazione che avanza per piccoli scarti, il settore funerario si trova oggi in una posizione delicata ma fertile. Ed è possibile che proprio da immagini apparentemente improbabili nascano, in forma più sobria e misurata, le soluzioni di domani.
Così, mentre quella Luce perpetua continua a circolare — sospesa tra ironia e progetto — resta l’impressione che, più che un oggetto, sia una possibilità. Una di quelle che non cambiano il presente, ma iniziano lentamente a spostarne il confine.

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Federcofit Lazio al convegno ANUSCA: finalmente la legge regionale va in discussione

Martedì 12 maggio 2026 si è svolto nel Lazio il 13° Convegno Regionale di ANUSCA, al quale, per la prima volta da quando questi convegni vengono organizzati, oltre agli ufficiali di stato civile hanno partecipato anche alcuni rappresentanti delle ASL del Lazio, i rappresentanti dell’ISTAT, un rappresentante / consigliere della Regione Lazio commissione Sanità, un rappresentante della SEFIT e i rappresentanti delle associazioni del settore funebre FEDERCOFIT e FENIOF più alcuni impresari funebri del Lazio.

Il tema principale è stato: “LA LEGGE 182/2025” e la digitalizzazione. Ma, con grande felicità da parte mia e di FEDERCOFIT, abbiamo colto l’occasione per annunciare la conclusione dei lavori sulla legge della funeraria per la Regione Lazio: finalmente le associazioni sono giunte a una condivisione delle parti più significative del testo e proprio durante il convegno i nostri rappresentanti e i rappresentanti di FENIOF hanno siglato la stesura finale. Da qui in poi incrociamo le dita affinché il progetto di legge inizi il suo percorso in Regione e prosegua celermente verso l’approvazione finale da parte del Consiglio Regionale.

La Dott.ssa Lorella Capezzali ha tenuto egregiamente la relazione sulla legge 182/2025, toccando punto per punto ogni singolo argomento ed evidenziando tutte le criticità e, ovviamente, i punti da migliorare. Il convegno è stato qualcosa di inaspettato proprio per la presenza di tutte le figure che partecipano all’organizzazione generale del servizio funebre. Tutte figure cardine con le quali gli impresari funebri hanno rapporti giornalieri. Per la prima volta gli uni e gli altri hanno potuto confrontarsi parlando anche dei problemi che tutti indistintamente incontriamo. Lorella Capezzali ha dato la chiave di lettura di questo confronto, invitandoci a ricordare che tutti noi lavoriamo per le persone. Le nostre professioni, benché differenti nel genere, sono tutti lavori che richiedono impegno e umanità e sono tutti volti a risolvere un problema. Cosa molto importante e da tenere ben presente soprattutto con l’arrivo della digitalizzazione, perché sarà una soluzione rivoluzionaria, ma si perderà quasi completamente il rapporto umano con le varie persone che oggi incontriamo ogni giorno dietro le scrivanie dei comuni, delle Asl, degli ospedali piuttosto che col medico di famiglia.

Aneliamo a non perdere più tempo per la registrazione di un atto di morte, per ritirare le carte in ospedale, per attendere l’arrivo del medico di famiglia e finalmente sarà così perché dal primo autore che deve intervenire – ospedale piuttosto che medico curante – tutti dovranno interfacciarsi con la piattaforma digitale e inviare quindi digitalmente i vari certificati agli organi competenti. La richiesta di emissione e registrazione del decesso presso l’anagrafe del proprio comune dovrebbe diventare indipendente. Richiederemo la registrazione dell’Atto di Morte semplicemente andando in anagrafe e dichiarando il decesso della persona. Ovviamente nel rispetto dei tempi legali e con dati anagrafici alla mano.

Tutto ciò non avverrà in un futuro immediato ma tra 1 / 2 anni si considera che entrerà in opera. Non so voi, ma io non vedo l’ora.

Mi auguro vivamente che la strada intrapresa qui nel Lazio con questo convegno possa essere battuta da tutte le regioni e soprattutto che questa sia solo la prima di tante altre occasioni di confronto e conoscenza.

Cristina Zega, Presidente Federcofit Lazio


tanexpo 2026 federcofit siprof

Federcofit e SIPROF a Tanexpo 2026

Federcofit dà appuntamento agli operatori, agli associati, agli appassionati a Tanexpo 2026. La fiera internazionale, che si terrà a Bologna dal 7 al 9 maggio, sarà occasione di importanti incontri e presentazioni. Chi verrà a visitare il nostro stand al padiglione 22 corsia C postazione 47-51 potrà conoscere da vicino e ricevere informazioni su SIPROF, la nostra scuola di formazione. Già ora, collegandosi al sito siprof.it, è possibile visionare l’offerta formativa che si sviluppa su più fronti: i corsi obbligatori per operatori necrofori e per direttori tecnici / addetti alla trattazione degli affari, i corsi amministrativi e tecnici sulla polizia mortuaria e la medicina necroscopica, i corsi di sviluppo personale e competenze trasversali dedicati a vendita, comunicazione, gestione del cliente e della cerimonia, il corso di tanatoestetica / tanatoprassi che si svolge su più livelli. Alcuni corsi si tengono in presenza, altri on line, calibrati sulla professionalizzazione dei discenti, per insegnare loro un mestiere o consolidarne la struttura, certi di offrire un importante biglietto da visita per lavorare bene e distinguersi in un settore dove il cliente è sempre più esigente e ha bisogno di sentirsi compreso nelle sue aspettative ed esigenze. Fare un corso Siprof vuol dire mantenere un focus naturale sul bisogno del cliente per aiutarlo ad elaborare il lutto, ad accettarlo e a viverlo come fenomeno inevitabile che rientra nell’armonia del tutto. Visitare lo stand sarà occasione per fare domande, chiedere approfondimenti, nonché interfacciarsi direttamente coi docenti che saranno nostri ospiti, e tornare a casa certi di aver conosciuto un partner professionale su cui contare.

Segnaliamo anche la nostra conferenza dedicata alle novità introdotte dalla legge nazionale 182/2025, di cui approfondiremo gli articoli 36 e 37 che riguardano modifiche importanti alla legge sulla cremazione 130/2001 e al disbrigo pratiche tramite l’utilizzo di PEC e strumenti digitali. Digitalizzazione e semplificazione costituiscono traiettorie importanti, giustamente abbracciate anche dal settore funerario, anche se permangono nodi interpretativi da sciogliere che approfondiremo con la Dott.ssa Lorella Capezzali, esperta e docente di polizia mortuaria, già ben nota al nostro pubblico per i numerosi incontri pubblici svolti insieme sul territorio nazionale. Nell’ambito della conferenza, che si terrà nella Tanexpo Plaza alle 15,30 di giovedì 7 maggio con accesso libero a tutti, discuteremo anche del rapporto tra attività funebri e attività di cremazione: due elementi della filiera funebre sempre più intrecciati, visto l’interesse inarrestabile su tutto il territorio nazionale verso questa pratica che interessa il destino dei corpi defunti.

Tutti sono benvenuti al nostro stand per aggiornamenti e confronti sulla nostra linea politica federativa. Chi vuole costruire il futuro con noi troverà buoni motivi per associarsi e renderci più forti e rappresentativi nell’interesse di quel mondo imprenditoriale che crede nel rispetto delle regole e nella concorrenza leale.

Piero Chiappano
Segretario nazionale FEDERCOFIT


Death Café: ANDIAMO AL BAR A PARLARE DI MORTE DEATH TALKS

Andiamo al bar, a parlare di morte

Negli ultimi anni, in varie città del mondo è comparso un fenomeno che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato quasi paradossale: persone che si ritrovano in un bar, spesso tra sconosciuti, per parlare apertamente di morte. Non di morte come spettacolo, né come dato clinico, né come tema filosofico affrontato con distacco accademico, ma della morte come esperienza personale, emotiva, relazionale. Il contesto è quello di una serata “normale”, un bicchiere sul tavolo, una luce calda, una musica di fondo che non disturba. Eppure, dentro quell’atmosfera conviviale, si apre uno spazio raro, quasi protetto, in cui la conversazione lascia emergere qualcosa che solitamente rimane non detto.

Le radici del movimento: dai Death Café alle cene guidate

L’idea nasce nel mondo anglosassone, dove il tema della morte ha iniziato a ritrovare un suo spazio pubblico lontano dai toni cupi del passato. La nascita dei primi Death Café nel Regno Unito ha rappresentato un punto di svolta: incontri aperti a tutti, in caffetterie o piccole sale private, dove chiunque poteva sedersi attorno a un tavolo per condividere riflessioni, paure, esperienze, curiosità. L’obiettivo non era elaborare il lutto, né formare competenze specifiche; era semplicemente quello di normalizzare una conversazione che da decenni era stata relegata ai margini della vita sociale.

Da quel primo nucleo si è sviluppato un movimento più vasto, che ha trovato nel Nord America una seconda primavera. Negli Stati Uniti, format come Death Over Dinner hanno introdotto una modalità più curata: cene guidate da domande aperte, con la presenza di un facilitatore che non spinge verso una conclusione ma invita a costruire un linguaggio condiviso. Altri format, come Death Over Drinks, hanno portato la conversazione nei bar, creando un equilibrio delicato tra leggerezza e profondità, tra convivialità e intimità: un modo nuovo per avvicinare a un tema che riguarda tutti, ma che raramente trova spazio fuori dai momenti di emergenza.

Una prospettiva sociologica: la "Death Literacy"

L'interesse per questi spazi di condivisione è oggi oggetto di una rigorosa analisi sociologica. Studiosi della cosiddetta "Death Literacy" (l'alfabetizzazione alla morte) hanno evidenziato come la partecipazione a questi eventi contribuisca a ridurre l'ansia da morte attraverso la socializzazione del morire. In ambito accademico, il fenomeno viene letto come una forma di resistenza alla "morte invisibile" tipica della modernità, cercando di restituire alla comunità un ruolo che per secoli è stato mediato esclusivamente da istituzioni religiose o mediche.

La diffusione è stata sorprendente. Oggi eventi di questo tipo si trovano a Londra, Seattle, Toronto, Melbourne, Amsterdam, Copenaghen. Ogni città li ha reinterpretati con sfumature proprie, ma ciò che rimane costante è il fatto che la conversazione prende forma in luoghi non tradizionali, informali, quotidiani. Persone che non si conoscono prima si ritrovano a parlare con naturalezza di ciò che temono, di ciò che non comprendono, di ciò che hanno vissuto accanto alla perdita dei loro cari. La morte, tolta dal suo piedistallo tragico o sacrale, appare come un fenomeno umano condiviso. Così facendo, questi eventi riescono a sottrarre la conversazione alla pesantezza e alla complessità che spesso accompagna i convegni accademici, restituendola a un piano più immediato e più autentico.

La spontaneità dell'incontro e il valore della condivisione

Ciò che colpisce maggiormente, in questi incontri, non è la profondità delle analisi, ma la spontaneità delle persone. Una giovane madre racconta della paura che prova a pensare al futuro dei figli; un uomo anziano parla del rapporto complicato con la propria storia familiare; qualcuno ricorda un funerale che lo ha segnato, qualcun altro confessa di non aver mai riflettuto davvero sul proprio commiato. Non ci sono ruoli, non c’è una gerarchia di competenze. E proprio questa mancanza di struttura è ciò che rende la conversazione possibile: nessuno deve dimostrare niente, nessuno deve intervenire con spiegazioni tecniche, nessuno deve rispondere alla domanda “che cosa è giusto fare”. Si parla per il gusto di condividere, e questo, paradossalmente, rende il tema della morte meno minaccioso.

Se guardiamo all’Italia, dove il rapporto con la morte è intriso di elementi culturali, religiosi e comunitari, un format del genere può apparire inusuale. La morte è stata spesso un argomento affrontato all’interno della famiglia o della parrocchia, raramente nella sfera pubblica, e ancor più raramente in contesti laici e informali come un bar. Tuttavia, i segnali di cambiamento non mancano: le nuove generazioni mostrano una maggiore disponibilità a parlare di temi legati alla vita e alla finitudine, e la crescente diffusione di contenuti online dedicati alla morte suggerisce che la società italiana potrebbe essere pronta a sperimentare nuove forme di dialogo.

Il ruolo dei professionisti del settore e il contesto italiano

La domanda più interessante, a questo punto, riguarda il possibile ruolo dei professionisti del settore funerario. Nei Paesi dove questi eventi sono più consolidati, la presenza di un funeral director, di un celebrante o di un esperto di riti funebri è stata accolta con favore, ma sempre a una condizione: che il professionista sappia occupare una posizione laterale, presente ma non dominante, contribuendo a creare un clima di normalità attorno al tema senza trasformare l’evento in una lezione tecnica. La sua funzione diventa quella di un “custode della conversazione”, capace di offrire contesto quando serve ma pronto a fare un passo indietro quando il gruppo trova la propria voce.

Un altro aspetto che merita attenzione riguarda il potenziale culturale di questi eventi. In un momento storico in cui la morte sembra spesso essere ridotta a numeri, statistiche, emergenze sanitarie o spettacolarizzazione mediatica, ritrovare uno spazio per parlarne con calma rappresenta un atto di resistenza civile. È un modo per restituire al tema una dimensione umana e collettiva. È anche un modo per prepararsi - non tecnicamente, ma emotivamente - a ciò che è inevitabile.

Il Death Talking come atto di resistenza civile

Se proviamo a immaginare una diffusione in Italia, possiamo intuire che questi non sarebbero eventi “di nicchia”. Potrebbero parlare ai giovani adulti che cercano un linguaggio nuovo per esprimere le proprie domande; agli anziani che desiderano condividere esperienze senza sentirsi appesantiti da un’aura di solennità; alle famiglie che hanno affrontato un lutto recente e che trovano conforto nella normalità del dialogo; ma anche a chi non ha ancora vissuto una perdita importante e vuole semplicemente comprendere meglio ciò che la vita spesso evita di nominare.

In un tempo in cui si parla molto di “death literacy”, questi format rappresentano uno degli strumenti più efficaci per avvicinare la società a un tema considerato complesso senza renderlo traumatico. Sono luoghi di conversazione, non di verità; luoghi di apertura, non di diagnosi; luoghi in cui la morte torna a essere quello che tutti sappiamo, ma raramente accettiamo: una parte irriducibile della nostra esperienza.


Letture di approfondimento consigliate

Per chi volesse approfondire le basi teoriche e le analisi sociologiche citate nell'articolo, si consigliano i seguenti testi e studi reali:

  • Crettaz, B. (2010). Cafés Mortels: Sortir la mort du silence. Labor et Fides. (Il saggio fondamentale del sociologo svizzero che ha ideato il format originale).

  • Miles, L., & Corr, C. A. (2017). "Death Cafés: An Examination of Their Effectiveness as a Form of Death Education". Omega: Journal of Death and Dying. (Analisi scientifica sull'impatto educativo dei Death Café).

  • Hebb, M. (2018). Let's Talk about Death (over Dinner). Da Capo Lifelong Books. (Guida metodologica al format delle cene guidate citato nel testo).

  • Noonan, K., et al. (2016). "Developing death literacy". Progress in Palliative Care. (Articolo accademico che definisce il concetto di alfabetizzazione alla morte).

  • Campione, F. (2012). La domanda che scotta. Perché parlare della morte fa bene alla vita. Edizioni Dehoniane Bologna. (Una prospettiva tanatologica fondamentale nel contesto culturale italiano).


salme nelle chiesine

Salme nelle chiesine? E così non sia!

Si annunciano tempi duri per i sostenitori dell’esposizione dei defunti a cassa aperta in luoghi non idonei come le chiesette e le sacrestie. Riportiamo due notizie recenti che testimoniano comportamenti risoluti e fermi verso una forma di “pietà” mal riposta e superficiale, quale è l’usanza, che si pretende giustificata dalla “tradizione”, di servizi di locali non progettati né predisposti per l’osservazione salme, vista la palese assenza di requisiti igienico-sanitari.

La prima notizia arriva dalla Campania. Un decreto firmato dall’Arcivescovo di Salerno lo scorso dicembre vieta ai sacerdoti della sua Diocesi di ospitare in chiese e luoghi di culto lo stazionamento dei defunti per veglie funebri e/o periodi prolungati. Del resto, non è una novità che gli edifici sacri non possano garantire i requisiti igienico-sanitari previsti per case funerarie. Molto istruttiva la considerazione dell’Arcivescovo che ha invitato a vedere nella Chiesa una presenza spirituale accanto ai fedeli nel lutto, ma per quanto riguarda gli spazi, i locali restano destinati unicamente alle esequie, non ad altre funzioni.

La seconda notizia arriva invece da San Giovanni Valdarno. Con ordinanza datata 16 febbraio 2026 il Sindaco ha ordinato la chiusura delle camere mortuarie presso la Confraternita di Misericordia di San Giovanni Valdarno – Via Alberti n. 9 – per gravi carenze igienico-sanitarie ai sensi del D.P.R. 285/1990. Tale ordinanza viene promulgata a seguito di ispezione del Dipartimento di Prevenzione Unità funzionale Igiene Pubblica e Nutrizione Zona Valdarno che individua irregolarità e carenze documentali, strutturali, organizzative e impiantistiche con riferimento ai locali della sacrestia e di parte della chiesa di Santa Lucia (e servizio igienico annesso) destinati a camere mortuarie. Il divieto assoluto di utilizzo dei locali si estende fino a completo adeguamento e rimozione di tutte le non conformità.

Si tratta di segnali importanti orientati a mettere ordine in una materia complessa spesso trattata con leggerezza e indifferenza verso le prescrizioni di legge nazionali e regionali. Auspichiamo che sulla scia di queste prese di posizione delle rispettive autorità, molte altre ne seguano l’esempio, togliendo vento alle bandiere della piccola politica che qua e là sventolano per mero interesse elettorale. La semplice verità è che ognuno deve fare il proprio mestiere e con il pregiudizio per la salute pubblica occorre la massima circospezione.

 

immagine originale di  Ion Dumitras

Federcofit sarà presente a Tanexpo 2026

TANEXPO 2026: ci vediamo a Bologna?

Dal 7 al 9 maggio 2026, il quartiere fieristico di BolognaFiere ospiterà una nuova edizione di TANEXPO, la più importante fiera internazionale dedicata al settore funerario e cimiteriale. L’evento, riconosciuto come punto di riferimento globale per imprese funebri e operatori del comparto, nel 2024 ha riunito oltre 225 espositori e professionisti provenienti da più di 65 Paesi, su una superficie espositiva di oltre 23.000 metri quadrati.

L’edizione 2026 si presenta come una tre-giorni ricca di stimoli e contenuti, sostenuta da una nuova identità visiva che punta a valorizzare passione, professionalità e successo, considerati essenziali per affrontare le sfide attuali del mercato funerario. Accanto ai grandi numeri, TANEXPO proporrà più di 40 seminari e momenti formativi condotti da esperti italiani e internazionali, offrendo agli operatori un aggiornamento costante sulle tendenze emergenti del settore.

Innovazione e digitalizzazione al centro: torna TANEXPO TECH

Tra le aree più attese torna TANEXPO TECH, lo spazio dedicato alla tecnologia applicata ai servizi funerari. Qui gli imprenditori potranno scoprire software gestionali per le imprese funebri, piattaforme digitali per la commemorazione online, soluzioni per la trasmissione in streaming delle cerimonie e sistemi avanzati di gestione per crematori e cimiteri. Un’offerta pensata per sostenere la trasformazione digitale del comparto e per valorizzare nuove modalità di erogazione dei servizi, sempre più richieste dalle famiglie contemporanee.

TANEXPO Awards: eccellenza e qualità in primo piano

Anche nel 2026 tornano i TANEXPO Awards, i premi dedicati alle aziende che si distinguono per innovazione, design, sostenibilità, comunicazione e qualità espositiva. Un riconoscimento prestigioso che mette in luce le migliori esperienze del comparto e offre alle imprese un’importante opportunità di visibilità e valorizzazione.

Come sempre, Federcofit ci sarà!

Come in ogni edizione, anche nel 2026 la Federazione del Comparto Funerario Italiano – Federcofit sarà presente con un proprio stand ufficiale. Federcofit, da sempre impegnata nella rappresentanza e nella crescita professionale delle imprese funebri, utilizzerà questo spazio come luogo d’incontro e di confronto, aperto sia agli associati sia a tutti gli operatori del settore. La Federazione conferma così il suo ruolo centrale nel raccogliere esigenze e punti di vista delle imprese, nel fornire supporto e orientamento sulle normative e sugli scenari di mercato, nel favorire relazioni professionali qualificate e nel contribuire allo sviluppo dell’intero comparto funerario.

Uno stand che durante l’evento diventerà un vero hub di dialogo, aggiornamento e collaborazione, in linea con la missione di Federcofit e con lo spirito di TANEXPO.

Ti invitiamo!

In un contesto che si preannuncia tra i più ricchi e dinamici degli ultimi anni, Federcofit invita tutti gli imprenditori delle onoranze funebri a visitare il proprio stand. Sarà un’occasione preziosa per incontrare di persona la squadra della Federazione, condividere esperienze, idee e progetti, rafforzare relazioni professionali e sinergie, e contribuire insieme allo sviluppo del comparto funerario italiano.

Se passi per Bologna, vieni a trovarci!


Caronte Federcofit Giovanni Caciolli

Noterelle sulla Funeraria italiana e le scatole cinesi “pubbliche”

Dalle informazioni, sicuramente preziose e puntuali, fornite da “euroact”, l’agenzia di informazione sui temi della funeraria italiana più ricca a livello nazionale, si ricavano in quest’ultimo periodo due informazioni di un certo rilievo nel panorama dei soggetti, attori pubblici, del settore: la fine “ingloriosa” di AMSEF S.r.l. di Ferrara e la recente Deliberazione della Corte dei Conti, Sezione di controllo dell’Emilia-Romagna, su ADE S.p.A. di Parma.

La tentazione di riconoscere in queste informazioni una sorta di segnale di fine di un periodo è sicuramente forte. Certamente, e senza dipingere questi eventi come espressione di novità storiche, essi rappresentano importanti novità con significati evidenti.

La decisione del Comune di Ferrara di liquidare AMSEF S.r.l., con la sua vendita in qualità di ramo d’azienda, segna la messa in discussione del ruolo assegnato a questa società e, conseguentemente, a tutti gli interventi delle “aziende pubbliche” nel settore, di intervento “sociale”, interpretando l’intervento dell’ente non solo come fornitura tecnica, ma come “azione moralizzatrice” volta a calmierare i prezzi in un mercato intrinsecamente asimmetrico.

AMSEF «ha rappresentato per cinquant’anni un’eccellenza pionieristica nel settore dei servizi pubblici locali», ci dice l’articolo di “euroact”.

Senza entrare nel merito del dettaglio amministrativo e delle motivazioni formali sia della Corte dei Conti, sia della maggioranza politica ferrarese che ha portato alla liquidazione di questa esperienza, conviene sottolineare la fallacità della mission che si è voluta assegnare a questa realtà e a tutte le realtà similari, nonché la sottolineatura della “diversità” di queste realtà rispetto alle concorrenti realtà operative “private”, disegnate troppo spesso come gli avvoltoi pronti a ghermire la preda dei poveri dolenti.

Al di là dei meriti imprenditoriali e dell’apprezzamento sull’operato, dopo Mantova anche Ferrara, antesignana dell’esperienza pubblica nel settore funebre, getta la spugna per le medesime ragioni di qualsiasi altra società privata: erosione della marginalità operativa e incapacità di trasformazioni e razionalizzazioni interne capaci di recuperare i margini operativi necessari, a dimostrazione che l’operatore pubblico che “detta il giusto prezzo” con una funzione calmieratrice contro un possibile oligopolio di operatori privati rappresenta una sorta, si potrebbe dire, di sovrastruttura illusoria e del tutto inefficace, come dimostra la caduta del numero di servizi funebri dichiarata negli ultimi anni da AMSEF.

Il mercato funebre, che pure ha tanti limiti e difetti, necessita di ben altri strumenti e regole.

Anche il pronunciamento della Corte dei conti cui abbiamo fatto riferimento rappresenta un altro ulteriore tassello verso una sorta di riconduzione alla normalità in questo mercato funerario, censurando le troppo frequenti elusioni dei soggetti pubblici dal rispetto delle indicazioni degli organi dello Stato.

La Corte dei conti su ADE S.p.A. di Parma e la controllata ADE Servizi S.r.l., entrambe proprietà del Comune, fa emergere un assetto societario legalmente non conforme.

Per la Corte dei conti è severamente vietata qualsiasi forma di “controllo” effettivo e totale.

L’attuale assetto, con una controllante che detiene il 100% della controllata, configura inequivocabilmente un “controllo” effettivo e totale, rendendo l’intervento del Comune per eliminare tale controllo necessario e urgente. Di fatto, tale controllo (proprietà del 100% della controllata) determina il costituirsi di una posizione dominante sul mercato funerario.

Allora vengono alla memoria i reiterati rilievi che Federcofit ha sempre evidenziato quando le “società pubbliche” operanti nel settore, in modo comprensivo del funebre e del cimiteriale, pretendevano di rispettare le norme “figliando” nuove società, come la succitata ADE, totalmente controllate: si rispettava formalmente la “separazione societaria” ma non si superava il vincolo posto dall’AGCM, e fatto proprio dalle leggi regionali, di evitare il costituirsi di posizioni dominanti su questo mercato.

Certo, le disposizioni e le posizioni dell’AGCM possono essere criticate, come si registra nell’articolo in questione e possiamo chiederci se sia proprio vero quello che viene asserito sia dai TAR che dall’AGCM? Ovvero: questa non conformità formale produce un reale danno alla concorrenza (ovviamente nel settore funebre e, si aggiunge, marmoreo funerario, essendo quello cimiteriale istituzionale in monopolio)?.

In ogni caso, a queste disposizioni e orientamenti bisogna adeguarsi.

La Deliberazione della Corte dei conti, al di là delle decisioni che dovrà assumere il Comune di Parma, segna un importante passo avanti nella parificazione dei comportamenti dei soggetti impegnati operativamente nella funeraria italiana, pubblici o privati che siano.

Si tratta, crediamo, di un passo molto importante in un contesto di grandi trasformazioni della funeraria italiana, che vede nuove presenze imprenditoriali nazionali e internazionali di grande rilevanza e dimensione.


autofunebre razzo missile

È un aereo? È Superman? No, è un autofunebre

Un’autofunebre che credeva di essere un razzo ha sfrecciato a 146 km/h sull’A89, l’autostrada francese che collega Lione a Clermont-Ferrand (e che, per la cronaca, non è una pista di lancio). Fermato dalla polizia, il conducente ha scoperto che anche i defunti hanno un limite di velocità.

Sembrerebbe l’inizio di una barzelletta: “Un carro funebre entra in autostrada…”. Invece è cronaca. Il mezzo, nero lucido e solenne come da copione, ha pensato bene di interpretare il ruolo di missile terra-terra sull’A89 – la tranquilla arteria che unisce la gastronomia di Lione ai vulcani spenti dell’Alvernia. Risultato? Multa salata e un verbale che probabilmente recita: “Eccesso di entusiasmo funebre”.

I gendarmi, abituati a inseguire auto sportive, si sono trovati davanti un paradosso su quattro ruote: un veicolo che di solito viaggia a passo d’uomo, ma che stavolta voleva raggiungere l’aldilà in orario. Il conducente ha provato a giustificarsi: “Urgenza familiare”. La polizia, impassibile: “Anche i parenti defunti preferiscono arrivare interi”.

Morale? Sulla A89, dove il limite è 130 km/h, pure l’ultimo viaggio ha il tachigrafo. E se il carro funebre sogna di volare, meglio ricordargli che le ali le hanno solo gli angeli – e quelli, di solito, non guidano.

 

Estratto da autoblog.it


Federcofit a Rai Parlamento

Federcofit a Rai Parlamento – Settore funerario: nuove norme per migliori servizi

Nella puntata di Spazio Libero andata in onda su Rai Parlamento il 31 ottobre 2025, Federcofit – Federazione del comparto funerario italiano – ha portato all’attenzione del pubblico le trasformazioni e le criticità del settore funerario.

Il Presidente Nazionale Davide Veronese ha illustrato come il comparto sia profondamente cambiato negli ultimi decenni, con l’introduzione della cremazione e delle case funerarie, strutture pensate per offrire un ambiente più dignitoso e accogliente ai dolenti. Veronese ha sottolineato il ruolo centrale di Federcofit nella professionalizzazione del settore, attraverso la formazione degli operatori e la tutela delle famiglie colpite dal lutto, che rappresentano l’anello più fragile della filiera. Durante l'incontro è stata inoltre evidenziata la frammentazione normativa tra le regioni italiane e la vetustà della legge nazionale del 1990, auspicando un intervento legislativo che garantisca regole certe e servizi decorosi. Alla trasmissione hanno partecipato anche Marco Aquilini, Vicepresidente Federcofit, e Massimo Acciarini, membro del direttivo Federcofit Umbria, che hanno ribadito l’importanza della formazione e della coerenza normativa per garantire un servizio pubblico di qualità.

Guarda il video su RaiPlay facendo clic su questa immagine:

Federcofit a Rai Parlamento


DDL SEMPLIFICAZIONI E FUNERARIA - CARONTE

DDL semplificazioni: per la funeraria le complicazioni

CREMAZIONE: NUOVE DISPOSIZIONI NORMATIVE IN DIRITTURA DI ARRIVO?

Il DDL S. 1184 finalizzato ad accelerare processi di semplificazione procedurale in molte discipline, compresa la funeraria, è stato approvato al Senato ed ora è all’attenzione della Camera dei Deputati con l’identificativo C. 2655 all’esame della Commissione Affari Costituzionali per, poi, passare all’approvazione dell’Aula, e, se non viene modificato, diventerà norma obbligatoria a tutti gli effetti.

Il provvedimento, come dice il titolo stesso, “MISURE DI SEMPLIFICAZIONE A FAVORE DEI CITTADINI”, si occupa anche della funeraria con particolare attenzione ai temi della cremazione. Dovrebbe sia semplificare le procedure, sia favorire i cittadini che scelgono, in misura sempre crescente, la cremazione (ormai siamo a circa il 40% dei defunti), sia perseguire una maggiore uguaglianza operativa, economica e tariffaria su tutto il paese.

Obiettivi importanti, almeno nelle intenzioni, sicuramente disattesi dai provvedimenti in questione.

Gli articoli che ineriscono la funeraria sono gli artt. 36, 37 e 38; quello di maggiore interesse per le famiglie è l’art. 36.

Cosa si prevede di nuovo in questo articolo a seguito degli emendamenti proposti da componente Forza Italia?

La prima cosa, quindi la più importante, il divieto di fare sconti sulle tariffe definite nazionalmente per la cremazione, quindi divieto ad ogni concorrenza imprenditoriale possibile. Cosa buona? Mica tanto considerando che non si è affrontata la prima causa di differenziazione nel trattamento tariffario verso le famiglie, l’assoggettamento, cioè, di questo servizio all’IVA solo per le cremazioni gestite da soggetti diversi dai Comuni che, invece, nella gestione diretta degli impianti di cremazione sono esentati dal pagamento di tale imposta: si tratta di circa € 150,00 non di pochi spiccioli.

Considerando, poi, che la maggioranza dei crematori, oggi, viene realizzata ricorrendo alla finanza di progetto, il Comune, per dirla in soldoni, non tira fuori una lira, od un Euro, lasciando al privato, con proprio capitale di rischio, la costruzione e gestione dell’impianto, si deve constatare la negazione di ogni libertà imprenditoriale nel realizzare una gestione sana e rispettosa degli oneri previsti dall’appalto in questione (corresponsione al Comune di oneri specifici): sembra di essere in un paese non solo “bulgaro” ma anche particolarmente interessato a tutelare gli utili di quella oligarchia di imprenditori, particolarmente ristretta, che gestisce i crematori nel nostro paese, e non a tutelare l’interesse delle famiglie che optano per la cremazione.

Non solo, non si è neppure affrontato l’altro grave problema della cremazione in Italia: la carenza di impianti.

In Italia sono presenti una novantina di impianti, con oltre dieci di questi malfunzionanti, a differenza di altri paesi europei (in Francia sono oltre 200), con la conseguenza che numerose famiglie per accedere alla cremazione debbono affrontare percorsi di decine o centinaia di km. Le conseguenze sono che non solo si debbono affrontare costi ovvii per lo spostamento dei defunti ma si dovranno accettare dilazioni della data di cremazione che possono variare dai 3 giorni alla settimana od anche periodi più lunghi per poter cremare un proprio caro con le note conseguenze sulla corretta elaborazione del lutto. Ad aggravare questa situazione dobbiamo assistere, con frequenza, all’imposizione da parte di molti comuni detentori di un impianto crematorio di tariffe maggiorate per i residenti in comuni diversi: gli sconti no, gli aumenti sì penalizzando molti comuni ed i loro residenti quasi che la realizzazione di un impianto derivasse da una libera scelta di un comune e non da uno specifico piano definito, per legge, dalla Regione.

La seconda cosa prevista dall’articolo è un altro divieto: quello dei “trasporti multipli”: si tratta di un servizio diffusosi da qualche tempo a causa della carenza di impianti. La norma approvata dal Senato limita il numero di corpi da trasferire in contemporanea a n.4 cadaveri, salvo calamità o fermo impianto. Ovviamente, e per confermare l’attenzione censoria verso la categoria funebre, il trasporto di tali cadaveri da parte delle attività funebri autorizzate dovrà essere eseguito “nel rispetto del defunto e delle normative igienico-sanitarie, con tariffe non elusive di quanto disposto” precedentemente. Teniamo a mente questa formulazione perché interesserà un articolo successivo, quello sulle sanzioni.

Le norme proposte proseguono, poi, confermando positivamente modalità digitali per le procedure finalizzate alla cremazione per giungere ad altre perle di ingiustificati aumenti di costi per le famiglie.

I resti mortali derivanti da esumazioni o estumulazioni, in caso di assenza di volontà degli aventi titolo, potranno essere, su scelta del comune, o reinumati o cremati, ovviamente “gli oneri derivanti dalla reinumazione o dalla cremazione restano a carico dei soggetti” avente titolo. Ma non è il cimitero che, dopo avere pagato, anche anticipatamente, tutte le operazioni da parte delle famiglie, deve garantire la mineralizzazione dei corpi defunti ivi deposti? Non basta più… si deve pagare ancora.

Arriviamo, infine, all’apoteosi della perversione: le disposizioni sulle sanzioni.

Le sole sanzioni previste dalla norma riguardano esclusivamente, cosa curiosa ma vera, le attività funebri che si rendessero colpevoli di “trasporti… elusivi delle tariffe e di quanto disposto…”. Quindi se qualcuno pratica uno sconto vietato dalle norme, secondo le disposizioni non paga chi lo pratica, ma chi lo riceve; e la paga cara questa sua accettazione, anche se passiva: “si applica la sanzione della sospensione degli effetti autorizzatori della SCIA per l’esercizio dell’attività funebre da tre a sei mesi. In caso di recidiva entro dodici mesi, è disposta la revoca degli affetti autorizzatori della SCIA”

E il peccatore? Quello, cioè che ha fatto lo sconto? A lui provvederà il “responsabile” comunale del procedimento di affidamento perché alla legge questo non sembra interessare in alcun modo.

EVVIVA LO STATO DI DIRITTO!

Caronte


Caronte Federcofit Giovanni Caciolli

Funeraria: le elezioni si avvicinano e la ricerca di voti stimola la fantasia, ai danni della legge e della salute

Abbiamo letto con qualche meraviglia e con una certa dose di sconcerto la sollecitazione, tramite un Ordine del Giorno, dell’On. Rebecca Frassini della Lega, subito appoggiata dal collega di partito, Consigliere Regionale Lombardo, Roberto Anelli, per una modifica delle norme atta a permettere l’utilizzo di “chiese e sale parrocchiali” per esporre i defunti anche nel periodo di osservazione, superando non tanto e non solo le norme della Regione Lombardia in proposito ma anche, e soprattutto, un noto DPR del 1997 che regolamenta le funzioni, comprese quelle funerarie, delle strutture sanitarie pubbliche e private e delle strutture dedicate.

Del tema si sta discutendo da varie settimane in alcune aree della Lombardia con analoghe sollecitazioni da parte di sindaci e componenti politiche.

Ora, al di là della comprensione di particolari attenzioni nell’approssimarsi del periodo elettorale, sono d’obbligo alcune riflessioni da risottolineare.

Le disposizioni relative alla “osservazione obbligatoria dei defunti” sono di natura squisitamente sanitaria, a tutela della salute pubblica; invocarne la “deroga”, come sembra fare l’On. Frassini, e nel territorio lombardo tragicamente interessato dalla recente pandemia, è un evidente controsenso, quasi che nelle “Comunità Montane” vi debba essere una tutela della salute pubblica diversa da quella di tutte le aree del Paese: i cittadini delle Comunità Montane non sono certamente cittadini di “serie B” che non meritano le protezioni prescritte dal DPR in oggetto.

Le consuetudini cui si fa riferimento, “le tradizioni locali”, lo si deve affermare con la massima tranquillità, non fanno alcun riferimento a norme più o meno vecchie, ma derivano da abusi derivanti dall’arte italica di “arrangiarsi” e dalla pressoché totale assenza di controlli da parte dei comuni interessati, cui è demandata, per disposizione di legge, tale funzione.

Sicuramente l’attenzione presente alla cura dei defunti, al di là delle evidenti, ma legittime, motivazioni dettate da istanze concorrenziali, deve essere salutata come positiva ripresa del tradizionale “culto dei morti”, segno di evoluta civiltà, e le norme passate e presenti vi dedicano la dovuta attenzione, ma sono i “Locali di osservazione” e gli “Obitori” le risposte definite dalle leggi, passate e presenti, nazionali e regionali, per garantire le condizioni per la dignitosa attenzione e cura dei defunti: si tratta di strutture comunali obbligatorie adeguatamente curate per questa funzione che è precedente ad ogni rito, religioso di qualsivoglia fede o laico, di commiato dal defunto. Certo si tratta di strutture “costose”, soprattutto se adeguate alle domande degli utenti, ma la tutela della salute pubblica è materia sicuramente costosa che non si può liquidare con tre taralli, come ben sanno i nostri governanti, sia nazionali che regionali.

Questo ci sembra il terreno corretto per ogni costruttivo confronto teso a garantire anche nelle aree più difficili la reclamata cura dei defunti.

Su questo terreno anche tutte le componenti serie del settore potranno impegnarsi nell’aiutare soluzioni dignitose e rispettose delle domande delle famiglie colpite da un lutto.

 

Caronte