E splenda ad essi una Luce perpetua — firmata Ferrari

La nuova Ferrari Luce ha suscitato ben più di un commento negativo o ironico, per quella sua aria — più che da fiero puledro pronto a conquistare gli spazi urbani e le piste — da auto familiare, con un design non esattamente sportivo. (Perché, diciamocela tutta: sembra più una familiare tedesca o coreana degli anni ’90 che un’auto sportiva!).
Pur con i nostri dubbi di stile, mai avremmo immaginato di vedere sviluppata (per celia, immaginiamo) la proposta di un’autofunebre sulla base di questa elettrica da oltre mezzo milione di euro, anche se, diciamoci la verità, sarebbe un modo brillante per accompagnare il defunto nel suo ultimo viaggio.
Eppure l’immagine è lì: intercettata quasi per caso su Twitter, condivisa con la leggerezza con cui si scorrono contenuti apparentemente effimeri. Non potevamo fare a meno di proporla ai nostri lettori, perché ci sembra, tutto sommato, una gran bella idea — capace di far sorridere, certo, ma anche di suggerire qualcosa di meno superficiale. Peccato, davvero un peccato, che il costo del veicolo base renda l’operazione poco accessibile ai nostri operatori: perché, in fondo, sarebbe un modo brillante per dare uno sprint decisivo all’ultimo viaggio.
È proprio da questo sorriso iniziale che vale la pena partire.
C’è qualcosa di straniante — e, al tempo stesso, profondamente contemporaneo — nell’immaginare una carrozzeria lucida, dalla linea filante e sofisticata, che non sfreccia verso un circuito o lungo una strada costiera, ma accompagna lentamente un ultimo viaggio. L’immagine colpisce per il cortocircuito che genera: una Ferrari, o meglio una Ferrari Luce, trasformata in autofunebre. Non soltanto una provocazione visiva, ma una suggestione capace di aprire — quasi suo malgrado — una riflessione più ampia.
La scena è quella tipica del nostro tempo: un’idea che nasce e si diffonde nello spazio digitale, apparentemente senza peso, ma in grado di insinuarsi in un immaginario professionale ben più strutturato. E la Luce — modello già discusso per la sua natura meno aggressiva, più domestica rispetto alla tradizione del marchio — diventa, quasi inevitabilmente, un terreno di sperimentazione simbolica.
Per capire perché questa immagine conta oggi, bisogna collocarla all’interno dell’evoluzione del settore funerario, che negli ultimi anni ha iniziato a interrogarsi non soltanto su servizi e ritualità, ma anche sugli oggetti che accompagnano il commiato. L’autofunebre, in questo senso, non è mai stata un semplice mezzo: è una presenza scenica, un dispositivo culturale, un elemento capace di influenzare la percezione dell’intero rito.
In diversi contesti internazionali si osserva una progressiva apertura verso forme di personalizzazione sempre più marcate, dove ogni elemento — dal feretro al corteo — contribuisce a raccontare una storia individuale. Questo processo, che riflette una trasformazione più ampia del rapporto con la memoria e con l’identità, investe inevitabilmente anche il design dei veicoli.
In parallelo, un altro cambiamento si sta facendo strada con crescente decisione: la transizione energetica. Anche il comparto funerario, tradizionalmente più lento nell’adozione di nuove tecnologie, sta iniziando a confrontarsi con l’elettrificazione delle flotte, spinto tanto da esigenze normative quanto da una sensibilità ambientale sempre più diffusa. In questo scenario, una vettura come la Ferrari Luce — elettrica, silenziosa, visivamente meno aggressiva — appare quasi, paradossalmente, più adatta di altri modelli a una reinterpretazione funeraria.
È proprio questo intreccio tra estetica e tecnologia a rendere interessante una proposta altrimenti destinata a rimanere confinata nel territorio dell’ironia. L’idea di una Luce trasformata in autofunebre mette infatti in evidenza alcune tensioni già presenti nel settore, anche se raramente espresse in modo così esplicito:
  • la spinta verso soluzioni a basse emissioni, che modifica non solo i motori ma anche la percezione del veicolo;
  • il crescente peso del design come linguaggio identitario;
  • la necessità, per gli operatori, di distinguersi in un mercato sempre più competitivo;
  • il delicato equilibrio tra innovazione e rispetto della tradizione.
Nel contesto italiano, queste dinamiche assumono una valenza particolare. Da un lato, esiste una forte continuità estetica che ha reso l’autofunebre un oggetto riconoscibile, quasi codificato; dall’altro, emergono lentamente segnali di cambiamento, spesso legati a realtà urbane o a operatori più sensibili alle tematiche contemporanee.
Ciò che colpisce, osservando la proposta della Luce perpetua, non è tanto la sua effettiva realizzabilità, quanto la sua funzione di specchio. Riflette un settore in trasformazione, dove persino l’idea di lusso può assumere significati nuovi. Un’auto da oltre mezzo milione di euro resta, evidentemente, fuori scala per la maggior parte delle imprese funerarie italiane, ma proprio questa sproporzione contribuisce a rendere visibile una domanda latente: quanto può evolversi, senza snaturarsi, l’immagine del servizio funerario?
Esperienze precedenti dimostrano che anche le innovazioni più distanti dalla realtà operativa possono avere un ruolo anticipatore. Materiali alternativi, nuove configurazioni di interni, forme di digitalizzazione dei servizi: tutte soluzioni che, inizialmente percepite come eccentriche, hanno poi trovato applicazioni più accessibili e diffuse. In questo senso, la Ferrari Luce reinterpretata non è tanto un modello da replicare, quanto un segnale da leggere.
Resta, naturalmente, il tema della misura. Il confine tra innovazione e spettacolarizzazione è particolarmente sottile nel contesto funerario, dove ogni scelta deve confrontarsi con una sensibilità culturale profonda e stratificata. In Italia, più che altrove, il valore della discrezione continua a rappresentare un punto di riferimento imprescindibile, e qualsiasi deviazione da questo equilibrio rischia di essere percepita come eccessiva.
Eppure, proprio per questa ragione, le immagini che circolano con leggerezza nello spazio digitale meritano attenzione. Non perché anticipino direttamente il futuro, ma perché contribuiscono a ridefinire ciò che è pensabile. Aprono una soglia, suggeriscono una direzione, anche quando non indicano una strada percorribile nell’immediato.
Forse nessuna carrozzeria investirà davvero in una Ferrari da trasformare in autofunebre. E probabilmente non è questo il punto. Il valore di quella suggestione sta nella domanda che lascia sospesa: come cambierà, nei prossimi anni, il modo in cui rappresentiamo l’ultimo viaggio?
Tra una tradizione che continua a garantire stabilità e un’innovazione che avanza per piccoli scarti, il settore funerario si trova oggi in una posizione delicata ma fertile. Ed è possibile che proprio da immagini apparentemente improbabili nascano, in forma più sobria e misurata, le soluzioni di domani.
Così, mentre quella Luce perpetua continua a circolare — sospesa tra ironia e progetto — resta l’impressione che, più che un oggetto, sia una possibilità. Una di quelle che non cambiano il presente, ma iniziano lentamente a spostarne il confine.