LA CREMAZIONE IN ITALIA

Lo sviluppo, diremmo, esponenziale della cremazione in Italia, registrato negli ultimi anni pone questa pratica funeraria al centro dell’attenzione della funeraria per molteplici aspetti e conseguenze.

Ormai siamo lontani anni luce dal secolo passato, anche se sono passati solo 20 anni, quando le percentuali che interessavano le cremazioni nel nostro paese si articolavano in numeri ad una sola cifra.

Con queste prime ed elementari riflessioni vogliamo aprire, su Hermes e sui vari canali di comunicazione di Federcofit, una finestra sugli aspetti che hanno origine da questo fenomeno. Non si tratta di aspetti e fenomeni marginali.

Chi guardasse, oggi, per fare un solo esempio, alla realtà milanese che vanta un ricorso alla cremazione per oltre il 70% dei deceduti, si rende conto di quale salto si registra da quando, nel lontanissimo 1996-1998 si lamentava una drammatica carenza di loculi e di posti salma nei cimiteri milanesi: oggi gli spazi cimiteriali sovrabbondano ed il problema è riempirli, con l’esplosione di problemi economici e gestionali sempre più gravi. Non solo, stante questa situazione anche il ruolo che tradizionalmente, a partire dall’Editto di Saint Cloud, i cimiteri hanno ricoperto, quello cioè di tutelare la salute pubblica con un ruolo eminente dello Stato, attraverso le sue articolazioni, viene oggettivamente messo in discussione per sviluppare maggiormente la funzione di tutela e sviluppo del “ricordo” e dell’ossequio.

Non a caso nell’introduzione all’ipotesi di modifica del DPR 285/90,  correvano gli anni del ministro Prof. Sirchia (2001) si parlava di un possibile recupero di ambienti urbani, fuori dai tradizionali cimiteri, per accogliere le ossa o le ceneri dei defunti e facilitare l’ossequio da parte delle persone anziane, una sorta, quindi, di cimitero, o meglio ossario e cinerario, di quartiere.

Certo gli aspetti che abbiamo richiamato, indipendentemente dal punto di arrivo che ognuno può prospettare o desiderare, comportano sia una profonda rilettura dei cimiteri, della loro funzione e della loro gestione, ma richiedono, anche, uno sforzo di “fantasia” che favorisca la valorizzazione della personalizzazione del “ricordo” e rompa quel trend alla standardizzazione su cui si sono incamminati, salvo rare ed encomiabili eccezioni, i cimiteri italiani nel corso degli ultimi decenni.

Dall’altro lato della medaglia si registra una crescita significativa delle strutture funzionali alla soddisfazione della domanda crescente di cremazione, a partire dagli impianti crematori.

L’analisi dei dati statistici elaborati e pubblicati da Sefit (e fosse anche solo per questo dobbiamo grande gratitudine a questa organizzazione) dal 1995 al 2005 si passa da n. 31 crematori a n. 43 crematori (+12), mentre dal 2006 al 2018 da n. 44 a n. 83 crematori (+39): un trend sicuramente sorprendente per qualsiasi osservatore. Secondo alcuni la programmazione di impianti per l’intero paese dovrebbe garantire un impianto per 500.000 abitanti circa: ci siamo quasi.

Corrispondente è il trend delle cremazioni, in termini assoluti ed in termini percentuali rispetto al totale dei decessi. Riprendendo gli anni di riferimento che abbiamo citato, nel 1995 si sono registrate n. 15436 cremazioni pari al 2,78% dei decessi, nel 2005 n. 48.196 cremazioni pari al 8,50% dei decessi, nel 2018 si sono registrate n. 183.146 cremazioni pari al 28,93% dei decessi (sostanzialmente il 30%). Il nostro paese si sta avvicinando a grandi passi alle percentuali presenti in paesi di tradizioni cremazioniste ben più rilevanti come la Francia. Sicuramente la differenza tra nord e sud rimane ancora grande ma l’analisi dei trend e la crescita della domanda di realizzare impianti crematori anche nelle regioni meridionali portano a prospettare un progressivo avvicinamento dei dati meridionali a quelli del centro-nord.

Cresce anche l’associazionismo per la cremazione: alle tradizionali organizzazioni, SOCREM, Icrem, Registro Italiano Cremazioni, se ne aggiungono altre più o meno fantasiose, Associazione Italiana per la cremazione viterbese, la napoletana Asso. Crem (convenzionata con un’impresa funebre), la Società di cremazione vicentina, … che rappresentano in qualche modo la risposta sociale ad un fenomeno in diffusa crescita nel paese.

Cresce anche la cura estetica per gli impianti di cremazione che assomigliano sempre meno ad opifici ma cercano di tradurre, anche esteticamente, le funzioni rituali che sottostanno alla generalità delle pratiche funerarie. Di converso registriamo anche la crescita dell’ostilità, immotivata o motivata che sia, espressa dalle collettività insediate nei pressi di un edificando crematorio.

Abbiamo accennato ad alcuni temi inerenti lo sviluppo di questa pratica funeraria consapevoli che tante altre sono le problematiche che si dovranno affrontare con la sua progressiva espansione e su cui anche le norme e le disposizioni di legge dovranno intervenire.

L’obiettivo che ci poniamo è quello, prima di tutto, di indagare, e, quindi, arricchire la conoscenza di questo fenomeno nei suoi vari aspetti perché se un fenomeno lo conosci lo puoi anche gestire, se non lo conosci rischi di soccombere.

Da questo intervento nasce una sorta di rubrica sul tema, come Hermes ha fatto su altri temi, che è, prima di tutto, messa a disposizione di chi vuole intervenire con propri contributi, testimonianze, approfondimenti, e che vedrà la presentazione delle strutture dedicate a questa pratica, i crematori in primis, ma anche le esperienze che si potranno sviluppare all’interno dei cimiteri per la custodia e l’ossequio delle ceneri dei defunti.

Giuseppe Caciolli

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