Funeraria a Milano: i problemi e i pericoli in epoca COVID

Sul numero del 9 aprile 2020 di “Libero”, un articolo di Costanza Cavalli dedica quasi una pagina dedicata al nostro lavoro e alle difficoltà che incontriamo in questo periodo:

 

Gli eroi sono i medici, gli infermieri, i volontari, e il motivo è certamente che lavorano incessantemente da quando è scoppiata l’emergenza, la loro salute è a rischio, non vedono più le loro famiglie, e la lista dei decessi tra i camici bianchi si fa più lunga ogni giorno, siamo a 96 vittime.

Ma soprattutto, come fanno gli eroi, i medici salvano, pensano ai vivi e cercano di strapparli dalla morte.

Gli annunci di nuove misure a vantaggio della categoria – bistrattata per anni – sono ora roboanti e accolti da applausi bipartisan.

Anche i becchini rischiano grosso e rendono un servizio salvifico alla comunità, visto che maneggiano il pericolo tanto quanto i dottori e gli infermieri.

Ma i becchini non salvano gente viva che potrebbe morire, sono vivi che pensano ai morti, arrivano quando la sanità non ce l’ha fatta, quindi non stimolano alcuna epica eroica, ascoltare le loro richieste e magari tutelarli non porta consensi facili.

Per esempio, pare che al Comune di Milano non interessi avere incontri con le pompe funebri: il sindaco ha reso salottiera pure l’emergenza, i videomessaggi al mattino, una polemica su Facebook e via, non paga sporcarsi le mani con chi se le sporca di più, nel livido e triste settore delle sepolture.

Settore che sta vivendo un accumularsi di problemi, che si riflettono sulle famiglie dei defunti, e anche di pericoli: da quando, lo scorso primo aprile, l’amministrazione ha deciso di bloccare le nuove cremazioni al forno crematorio di Lambrate perché i tempi di attesa sono passati dai 3 o 4 giorni in tempi normali a 20 giorni, i problemi sono lievitati.

«Intanto il Comune ci mette una decina di giorni a dare l’autorizzazione per la cremazione», spiega Andrea Cerato, presidente delle onoranze funebri San Siro, «ed è un tempo troppo lungo, perché le salme tenute nei nostri depositi stanno in feretri provvisori non zincati, con possibili conseguenze biologiche. Oggi chiederò all’assessore regionale Giulio Gallera di poter sostituire la trafila con un’autocertificazione».

Rincara la dose Riccardo Salvalaggio, segretario nazionale Federcofit, associazione che unisce le imprese funebri: «Stanno insorgendo gravi problematiche in tutto il Nord Italia, Milano in primis (da una media di 45 decessi al giorno, nelle ultime settimane sono diventati un centinaio, nei giorni peggiori anche 180, ndr)». Il motivo è che, dato l’affollamento, «in ogni crematorio la precedenza va ai feretri conseguenti a funerali svolti nel bacino di riferimento stabilito dalla pianificazione regionale».

Solo successivamente si può offrire spazio per i cadaveri provenienti da fuori provincia.

Nelle ultime due settimane di marzo i feretri da Milano sono stati portati agli impianti crematori di Piscina, Valenza, Mantova, Domodossola, Civitavecchia (a 550 chilometri di distanza); ora, forse, si dovrà arrivare fino ad Avellino.

Ci sarebbe una disposizione nazionale che consente agli operatori funebri di cercare altri crematori disponibili (anche al di fuori dei confini regionali) per non doversi trovare «nella pessima condizione di dover intimare alle famiglie di convertire la destinazione finale del defunto da cremazione ad inumazione o tumulazione», pratiche che sono anche molto più costose per le famiglie dei morti.  Eppure, fa notare Federcofit, gli impiegati amministrativi non danno «la facoltà di aggiungere questa ulteriore dicitura, obbligandoci a indicare una struttura sola».

Oltre ad aver chiuso Lambrate, il Comune ha pensato di incasinare le cose anche al cimitero di Baggio: qui i feretri devono essere portati dalle pompe funebri non solo al cimitero ma fin nella camera mortuaria.

Sembra banale, ma il cimitero è territorio demaniale, e gli operatori non sono assicurati per ciò che può accadere lì dentro, e infatti normalmente è un lavoro che tocca al personale del camposanto.

Inoltre questa richiesta, spiega in una lettera a Palazzo Marino l’impresa San Siro, «comporta il coinvolgimento di più necrofori, circostanza che non aiuta la già complessa gestione dei turni del personale e implica un significativo aggravio dei costi».

Ma non è solo verso le pompe funebri e i loro dipendenti che il Comune fa spallucce, sembra che gli importi poco anche dei suoi dipendenti: ai Servizi funebri del primo piano di via Larga, secondo i sindacati, nessun dipendente indossa le mascherine ad alta protezione e non c’è stata nessuna disinfezione delle superfici né qualcuno che misuri la febbre sulla soglia (come sarebbe previsto dalla delibera regionale del 4 aprile).

E anche in alcuni cimiteri, per esempio quello di Chiaravalle, l’accusa è che gli operatori lavorino tra i cipressi senza protezioni.